Che numero di scarpe portava la Madonna?


CURIOSANDO AL MUSEO - Appunti di storia, scienza, tecnologia e didattica è una rassegna digitale a cura del Museo della Bilancia.

 

CHE NUMERO DI SCARPE PORTAVA LA MADONNA?

 

Anche in tempi di lockdown le ricerche per arricchire il patrimonio del museo non si sono arrestate e i frutti non hanno tardato ad arrivare. Da poche settimane è infatti conservata nell’archivio documenti del museo questa sagoma del Piede della Beatissima Madre di Dio cavata dalla sua vera scarpa, databile alla metà dell’Ottocento.
Sul foglietto, all’interno della forma, è scritto che la misura del piede della Madonna si ricavò da una reliquia di una Sua scarpa conservata in un monastero in Spagna, e già sotto il pontificato di Giovanni XII (papa 1316-1334) venne concessa un’indulgenza perpetua a chi baciava la misura e recitava determinate preghiere.
In un mondo in cui una misura campione acquistava maggior valore se apparteneva ad un personaggio di rango (non a caso abbiamo misure come il cubito reale egizio, il pied de roi di Carlo Magno, il piede Liprando…) il piede non di un Santo qualunque ma della Vergine, nella devozione popolare assicurava certamente quanto promesso.

Ma quanto era lungo il Piede della Madonna? L’impronta impressa sul foglio è lunga soltanto 18,5 cm, una misura corrispondente al numero di scarpa 27,5, troppo piccolo per una donna adulta, ma essendo tratta da una reliquia, che può essersi ridotta a causa del tempo e alla tipologia delle materie prime con la quale era stata confezionata, non c’è da meravigliarsi.
Un esemplare analogo, ma rivestito di raso e ricamato, è esposto nel museo etnografico di Premana (LC), oggetto di devozione domestica veniva appeso nelle cucine dell’Ottocento di questa località montana.
Immagini analoghe, con la stessa orazione, venivano impresse anche su solette – dette taumaturgiche – che venivano inserite nelle scarpe dai pellegrini nel corso dei loro viaggi religiosi, diventando vere e proprie reliquie.

Nelle immagini la misura del piede conservato a Campogalliano, su carta, e quella del museo etnografico di Premana, che ringraziamo per la concessione all’uso delle immagini.


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